Con la riconquista di Kabul da parte dei talebani, del 15 agosto, si è realizzata una vera congiuntura storica che segna un momento di passaggio, l’addensarsi di eventi dall’alta valenza simbolica. Beffarda coincidenza con la morte di Gino Strada, del 13 agosto; così, mentre i soldati americani scappano dall’Afghanistan, i medici di Emergency continuano ad agire nel Paese. È un evento che ha un valore simbolico probabilmente epocale, paragonabile soltanto a “l’indimenticabile 1989”, il crollo del muro di Berlino del novembre. Un evento che segnò la fine di un’epoca, la fine del mondo bipolare, del confronto politico, strategico e militare fra due superpotenze uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale che aveva congelato le nazioni nella morsa della guerra fredda. A livello di immagini vedendo però l’aeroporto di kabul, torna in mente l’immagine di Saigon evacuata precipitosamente dagli americani nel 1975. Con una differenza di non poco conto. Se molti erano felici di celebrare la liberazione del Vietnam, non c’è nessuno che ha pronunciato le parole: liberazione dell’Afghanistan. I Vietcong emergevano come un gruppo capace di prendere in mano il Paese e di avviare la ricostruzione. Nessuno oggi nutre la stessa fiducia nei confronti dei talebani. Il fallimento clamoroso e vergognoso della missione militare, dopo vent’anni d’invasione costata cifre da capogiro agli Stati Uniti e alla Nato, rende ancora più evidente che la strategia della vendetta, dell’”occhio per occhio”, rende il mondo cieco, non certo più pacifico e tantomeno giusto.

I movimenti pacifisti, nonviolenti e per la solidarietà tra i popoli, che si opponevano alla guerra (per questo accusati di massimalismo, utopismo irresponsabile, derisi come “anime belle”), hanno sempre sostenuto che le pratiche di guerra sono controproducenti, non risolvono, ma aggravano e incancreniscono i problemi di convivenza tra i popoli e di rispetto dei diritti umani. Movimenti che hanno denunciato l’irresponsabilità e la violenza degli interventi pseudo-umanitari, dal Kosovo all’Afghanistan, dalla Fortezza Europa all’Iraq. Avendo ben chiara la connessione micidiale tra la globalizzazione delle merci e la separazione delle genti, le alleanze subdole tra i signori dell’odio e padroni delle armi, le amicizie inquietanti tra estremismi islamici e conservatorismi cristiani. Per riassumere molto sinteticamente: Iraq 1991, Somalia 1992, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011, Siria 2011… un disastro dopo l’altro. Tutti questi Paesi, spesso in preda a sanguinose guerre civili combattute con le armi messe a disposizione degli Stati del Nord (occidentali), si ritrovano oggi in una condizione uguale oppure addirittura peggiore a quella esistente quando gli Stati Uniti e gli alleati a rimorchio hanno deciso di bombardarli. L’Occidente dovrebbe prendere atto con modestia e realismo del proprio disastro e fallimento in Afghanistan. Il castello di carta è crollato, a riprova che non si può imporre la libertà e non si può esportare la democrazia con i bombardamenti aerei e le vittime civili annoverate come “effetti collaterali”. Purtroppo la principale preoccupazione delle nostre “nobili” capitali europee è quella di contenere l’immigrazione, che restino negli Stati confinanti (Pakistan, Iran e Tagikistan cui sono promessi aiuti economici e investimenti), impedire che decine di migliaia di profughi si riversino alle frontiere … e di corridoi umanitari non si parla più. Segnando la distanza ormai incolmabile tra l’Europa nata dal dopo guerra e dai valori che in quella fase erano patrimonio comune e l’Europa egoista e cinica di oggi. Gli afghani e le afghane hanno il diritto di venire in Europa e chi nega questo diritto è complice dei talebani. L’Occidente così prodigo quando si tratta di distruggere diventa tirchio quando si tratta di finanziare interventi umanitari civili: lo abbiamo visto anche negli ultimi mesi con i vaccini anti Covid per i Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Nei Paesi ad alto reddito quasi il 60% della popolazione ha ricevuto una dose di vaccino, in quella a basso reddito solo l’1,4%. Il giornalista Alberto Negri ha scritto di un Occidente che è amico dei peggiori talebani del mondo: «Gli Usa, la Nato, l’Italia, vendono armi e lisciano il pelo a monarchie assolute e oscurantiste come l’Arabia Saudita. Mohammed Bin Salam tortura e fa a pezzi un giornalista. Renzi si fa pagare da lui e lo definisce un “principe del rinascimento”. In fondo siamo tutti talebani, basta che paghino».

La verità è che i talebani non esistevano prima che gli Stati Uniti, insieme al Pakistan e Arabia Saudita, finanziassero e armassero l’islamismo radicale per creare un “pantano vietnamita” e colpire così gli occupanti sovietici dell’Afghanistan. Non a caso i mujaheddin, poi confluiti nel movimento dei talebani, venivano definiti dai media occidentali: “combattenti della libertà”. Lo stesso Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza del presidente Jmmy Carter (1977-1981) affermava: «Cos’è più importante alla luce della storia del mondo? I talebani o il crollo dell’impero sovietico? Alcuni islamistii esaltati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda? ». Così un governo fantoccio si è dissolto, assieme al suo esercito, migliaia di afghani che avevano creduto all’Occidente sono lasciati alla mercé dei talebani. Come aveva detto Gino Strada poco prima di morire: «Se tutti quei soldi fossero stati spesi diversamente avremmo fatto di quel Paese una Svizzera d’Asia». Non solo, con la strage annunciata all’aeroporto di Kabul, 26 agosto, rivendicata dallo Stato islamico, è iniziata una nuova fase del conflitto. È finito il conflitto conosciuto negli ultimi vent’anni, che ha visto impegnati i talebani da una parte (sostenuti da sponsor stranieri), dall’altra gli Usa, la Nato e il governo di cartapesta di Kabul. È nata una nuova fase del conflitto più interno, contro i jihadisti veri e puri, dagli esisti letali. Per tutto questo, nella sconfitta di chi ha voluto la guerra dobbiamo imparare a leggere anche la sconfitta di chi non l’ha saputa fermare, per evitare che la pace resti una parola impotente soffocata dalle rovine.

Allora al tradimento e all’abbandono bisogna rispondere restando a fianco del popolo afghano. È questo il primo compito di coloro cui sta a cuore la democrazia, le ragioni di chi individua nel complesso militare-industriale (altro che transizione ecologica) il vero nemico dei valori dell’Occidente. Il che deve tradursi nel sostegno a chi deciderà di non lasciare il proprio Paese e nell’accoglienza per chi non ha altro scampo che andar via. Sostenere quindi concretamente la resistenza della società civile afghana, fatta di persone in carne ed ossa, di associazioni di donne, come l’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan (Rawa) fondata nel 1977, di organizzazioni che fanno sanità pubblica, di organismi che fanno comunicazione, istruzioni, etc. una rete nata dal basso nel cui rafforzamento tante parte ha avuto la società civile italiana, in particolare tramite le nostre Ong. Organizzazioni non scevre da limiti, ma pur sempre uno dei prodotti migliori della nostra solidarietà che in questa guerra non hanno mai creduto.