TEMPI PRESENTI (Luglio 2021)

Niente sarà più come prima. Queste parole, che ci hanno accompagnato nella fase iniziale della pandemia, sono state ormai cancellate dal desiderio di un rapido “ritorno alla normalità”, quella normalità che abbiamo da subito considerato il problema e non la soluzione. “Non voglio tornare alla normalità / Voglio ritornare alla Vita / Non voglio che l’economia si riassesti / che torni ad essere strumento di avidità e disparità / Voglio che sia al Servizio dell’autentico benessere / Non voglio che si torni a lavorare come prima / Voglio che i lavori inutili e dannosi collassino /che il lavoro si trasformi in Opera che si lavori di meno e si valori di più / Non voglio che si torni a lottare per la sopravvivenza / con l’angoscia che non ce ne sia abbastanza / Voglio il supporto di tutti per tutti / che la ricchezza dei pochi sui moltissimi venga ridistribuita / Voglio ricordarmi che la scarsità è un imbroglio che ci hanno iniettato / Non voglio che la finanza mondiale e i colossi petroliferi ne escano indenni tornando a sfruttare e speculare /Voglio che sia un terremoto che scuota l’ingiustizia globale / Non voglio che i centri commerciali tornino ad essere sempre aperti / Voglio che gli spazi della condivisione e dello scambio / siano al servizio dell’umano e non del consumo / Non voglio rimettermi a guidare nel traffico congestionato / Voglio muovermi lento e contento / Col ritmo naturale dell’universo / Che mi fa meravigliare della fioritura dell’albicocco / Non voglio essere in paranoia per la mia salute adesso / e poi tornare tranquillamente a respirare lo smog delle industrie / come se fosse normale riprendere a crepare di tumore / Voglio che rimanga l’aria pulita di questi giorni / che i delfini tornati sulle coste non se ne vadano / Voglio nutrirmi ogni giorno / di questa Natura di cui io sono parte / Non voglio che le scuole riaprano / se in esse ci sarà ancora prestazione ansiogena / stupida burocrazia e inutile ingozzamento cognitivo / Voglio che la conoscenza sia gioia, piacere e creatività / Voglio che sia consacrato e incentivato il tempo all’arte, al canto, al gioco / Non voglio più dare per scontato il tocco della tua mano sulla mia / i piedi nudi sulla spiaggia e il tramonto dalla collina / Voglio ringraziare quando muovo il polso, / quando sto in piedi, quando posso baciare mia madre / Voglio ricordarmi che questo momento è la cosa più preziosa / Non voglio tornare alla normalità / Voglio ritornare alla Vita” (Giordano Ruini – da “Dichiarazioni poetiche”).

Purtroppo il sistema è dei capitali che manovrano e la globalizzazione si organizza a ricostruire quello che c’era prima; così da noi ecco alla prova i neoliberisti convinti, attraverso il Recovery fund del governo Draghi, che l’obiettivo è disarticolare ulteriormente l’intervento statale e pubblico, in stretta osservanza al capitale finanziario. Immagine di un’Italia debole, sbracata a destra, e che a destra vuole sbracarsi sempre più senza la noia dell’interesse pubblico e per la goduria sregolata dei privati. In un precipizio sempre peggiore di violenze: come togliersi dagli occhi “la mattanza” del carcere di S. Maria Capua Vetere o i morti quotidiani nel Mediterraneo? La miseria umana sta oltrepassando i limiti della realtà. E che dire della guerra, la macchina di morte in azione, accettata dall’opinione come fosse un fatto meteorologico? La guerra in realtà lacera l’umanità, nei luoghi dove c’è, fisicamente e nei luoghi dove non c’è, moralmente.  Rende tutti schiavi della forza, che soffoca tutto e tutti, che rende insensibili, si diventa “cose”, si è disumanizzati; non più creature tra creature. L’Italia dopo 20 anni lascia l’Afghanistan. A cosa è servita questa missione? A spendere miliardi, a far da palcoscenico per le passerelle a nostri capi di governo, ministri degli esteri, ministri delle forze armate. Senza dimenticare i 53 militari italiani morti in quella terra martoriata. Una presenza inutile che ha lasciato le cose peggio di prima, ennesima conferma che la democrazia non si esporta con i carri armati. C’è troppo violenza nel mondo; una violenza che minaccia la parola umana. Ci sono stati, nella storia, tempi in cui l’umanità è apparsa perduta, svuotata del naturale senso di solidarietà, di empatia che dovrebbe spingerci al riconoscimento reciproco. Questo è uno di quelli in cui le voci che sembrano trovare maggiore ascolto sono quelle che cancellano la storia altrui, come in Palestina, come sulla rotta balcanica o le spiagge del Mediterraneo con i cadaveri restituiti dal mare. I tentativi di adeguare ai tempi gli aneliti di giustizia, di equità, di indipendenza, di lotta alla povertà, di difesa del bene comune di solidarietà, di aspirazione al “buen vivir”, sembrano venire solo dall’America Latina, contro l’assedio degli interessi economici, contro il neoliberalismo imperante, contro la belligeranza degli Stati Uniti. Ha scritto Alessandra Riccio: “è proprio il grande vicino del Nord il più ostile ai cambiamenti a sinistra del subcontinente e la sua ostilità si avvale di tutti i mezzi possibili, dall’invasione dei territori, alle sanzioni, all’embargo, alla destabilizzazione, ai golpes suaves, potendo contare sempre sulle classi economicamente dominanti di paesi tradizionalmente guidati da bianchi ricchi”. (Consigliamo la lettura integrale del suo “Focus/America Latina”, pubblicato sulla Rivista Leggendaria n° 147, maggio 2021).

Il Perù è l’ennesimo Paese latinoamericano che cerca di sfuggire al controllo imperiale statunitense. Le elezioni presidenziali del 6 giugno hanno visto la vittoria di misura (scarto di 40mila voti), del maestro elementare delle Ande Pedro Castillo, candidato della formazione di sinistra “Perù libre”, contro Keiko Fujimori, la “candidata della vergogna” e della “mafia fujimorista”, sconfitta per la terza consecutiva, dopo il 2011 ed il 2016. Castillo rappresenta una fetta enorme della popolazione peruviana, che storicamente è sempre stata ai margini, non avendo nessun accesso ai circoli del potere. Non a caso a votarlo sono stati soprattutto i cittadini più poveri e i peruviani del centro e del sud del paese. In sintesi le priorità del governo di Castillo saranno la campagna di vaccinazioni e la riattivazione economica con l’obiettivo di creare occupazione nelle campagne e per le piccole e medie imprese.Quanto al Nicaragua è tornato a fare notizia per gli arresti, inizio giugno, di almeno quindici politici critici con il governo, sei probabili candidati all’opposizione alle elezioni presidenziali del 7 novembre e cinque leader della dissidenza sandinista. Gli arresti sono stati motivati dal governo perché era in gestazione un nuovo tentativo di colpo di Stato; per l’opposizione sono invece l’ennesima dimostrazione della dittatura orteghista. Farsi schiacciare tra queste due posizioni contrapposte rischia di essere ineluttabile. È evidente il sostegno economico Usa all’opposizione, come del resto è noto il viaggio a Washington di esponenti del movimento studentesco riunitisi con rappresentanti dell’ultradestra Usa, ma la repressione politica non si può spigare o giustificare soltanto con la sindrome dello stato d’assedio.

A Cuba davanti alle proteste, metà luglio, c’è stata la capacità di comprendere le motivazioni distinte di chi è sceso in piazza, tra “rivoluzionari confusi” e gruppi di oppositori generosamente sovvenzioni dagli Usa. Ci sono stati eccessi, ma il tentativo è quello di trovare una soluzione politica della crisi, come affermato dal presidente Miguel Dìaz-Canel: “Tracciare un’analisi critica dei nostri problemi, per poterli superare”. Lo stesso Venezuela (tra sanzioni, embarghi e destabilizzazioni) per le elezioni di novembre ha puntato sul dialogo nazionale con l’opposizione. Il Nicaragua la situazione è determinata dall’involuzione subita dal sandinismo. Il MRS, nato per riscattare il sandinismo originario, è andato in tutt’altra direzione, verso quella a stelle e strisce dell’imperialismo americano. Ortega ha trasformato il FSLN in un partito verticale e negli ultimi anni l’adesione è arrivata da persone con valori bel lontani da quelli che avevano ispirato le battaglie del Frente. Resta una base sandinista certamente sana, orgogliosa, fiera di essere stata capace negli anni Settanta di cacciare con le sue forze un dittatore spietato come Anastasio Somoza. Crediamo che il sandinismo sia l’identità politica maggioritaria del popolo nicaraguense. A noi spetta il compito di non lasciare solo questo popolo. Buona lettura e buona estate nei limiti del possibile.