TEMPI PRESENTI (Settembre 2020)

Come era ampliamente previsto nel referendum sulla riforma costituzionale il Sì ha vinto con largo margine. Chi ha votato No è stato percepito come difensore dell’attuale classe politica, che verosimilmente non merita d’esser difesa. Ora la situazione è più difficile con una marginalizzazione del Parlamento, ridotto a zerbino del governo (non siamo ancora a “quell’aula sorda e grigia”, ma la strada imboccata è pericolosa, riduzione della democrazia costituzionale a favore della governabilità), con la prospettiva del presidenzialismo, messa già nero su bianco dal centrodestra. Per il modo in cui è stato concepito e presentato il referendum (l’indigeribile corredo iconografico delle forbici che si abbattono sulle poltrone, quasi il parlamento fosse un vecchio salotto da portare dal tappezziere invece del luogo dove vive la sovranità del popolo) sintetizza un trentennio di ideologia antiparlamentare e antipolitica che ha già fatto sufficienti danni a questo paese. Dal sogno craxiano della “grande riforma” negli anni ‘80 alla bicamerale di D’Alema nei ‘90, dalla riforma di Berlusconi a quella di Renzi nei due decenni successivi, non si è trattato mai di proposte che attualizzassero i principi fondamentali della carta del 1948: a nessuno è mai venuto in mente di ridefinire che cosa significhi, dopo mezzo secolo di neoliberismo, che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Si è trattato sempre di tentativi di riscrivere la seconda parte della costituzione puntando a una riduzione della rappresentanza, del ruolo del parlamento, a favore della decisione e del ruolo del governo. Oggi trionfa l’ideologia populista del Movimento 5 stelle e del Casaleggio associati, che considerano la democrazia rappresentativa un vecchio arnese novecentesco e rimpiazzabile con la conta dei like e con i sondaggi della piattaforma Rousseau.

Adesso bisogna guardare al dopo, perché ci troviamo davanti ad un accelerazione del pericolosissimo processo di svuotamento della democrazia rappresentativa. Le persone non sono più politicamente impegnate, i partiti sono larve, i parlamenti discreditati, gli stati percepiti come nemico, si è persa persino la possibilità di individuare le veri sedi del potere (l’élite finanziarie cosmopolita, transnazionale?!?). Tutto il sistema, creato con lotte secolari, qui in Europa – la democrazia rappresentativa – si sta svuotando di senso e sempre più appare uno scheletro vuoto. Servirebbe una strategia politica che eviti che la breccia diventi buco e poi voragine. Si tratta di riaffermare nella pratica l’importanza della politica come solo strumento che consente agli umani di controllare le decisioni che li coinvolgono. Si veda la funzione della politica nell’emergenza Covid-19 dove politiche diverse hanno determinato numeri molto diversi di contagi e decessi. Sono evidenti i disastri economici e sociali prodotti dalla gestione neoliberista della pandemia in paesi come Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia e Cile. O gli effetti del negazionismo e dell’autoritarismo di Bolsonaro in Brasile  e di Trump negli Usa. Paghiamo, su scala mondiale, il prezzo dell’assenza di grande figure internazionali, che in passato avevano una visione lungimirante, come il premier svedese Olof Palme, come Anna Maria Lindh prima donna ad essere eletta presidente della SSU (Lega Giovanile del Partito Socialdemocratico Svedese), o come Thomas Sankara presidente del Burkina Faso.

Tutti sostenitori della rivoluzione sandinsta e tutti e tre assassinati. Anche un altro grande sostenitore del Nicaragua degli anni ’80, il vescovo brasiliano Pedro Casaldàliga ci ha lasciato l’8 agosto di questo anno. Al momento l’intero mondo mostra fratture e scollamenti e non si vede nemmeno nel più lontano orizzonte, chi abbia la colla necessaria per porvi rimedio. Siamo in mano a figure impresentabili. Politici meschini, sovranisti incalliti, negazionisti del coronavirus che un pò ovunque nel mondo (e da noi in modo eclatante), seguitano a fomentare l’odio per gli stranieri, tentando di far leva sull’insofferenza alle regole anti-covid. Ogni giorno drammaticamente ci scontriamo con la pretesa, diffusa dell’istigazione alla paura, che esistono “uomini e sotto-uomini”, “Menschen und Unter-meschen” di hitleriana memoria. I senza-nome per i quali Marx diceva che anche van fatte le rivoluzioni: perché le loro sofferenze non siano state del tutto vane. Solo che l’antica lotta di classe sembra non riguardare più nobili e borghesi, operai e padroni, contadini e cittadini ma umani visibili e umani invisibili, gente destinata a vivere e gente dichiarata “scarto”. La “cultura” attuale passa per i talk show dominati da personaggi pagliacceschi, magari considerati intellettuali, che disprezzano pubblicamente la mascherina, si fanno beffe di ogni senso civico, alimentando così il fenomeno del negazionismo. Pensiamo a tutte quelle persone scese in piazza a Berlino, a Londra, a Parigi, a Zurigo e poi a Roma. “Per una volta, però, diamo la responsabilità a chi ce l’ha. A quei cittadini che si sentono vittime della casta, del governo, del complotto, che cercano smaniosi un colpevole, che urlano a chi porta la mascherina ‘Siete un popolo di schiavi’. Pseudopaladini di una fraintesa libertà che non guarda in faccia a nessuno, schiavi – loro sì – dei propri fantasmi elevati a dogmi. Triste menefreghismo, ottusità cialtrona, minorità civica” (Donatella Di Cesare). La realtà, è che la fine delle grandi visioni politiche, delle utopie, è andata di pari passo ad un estremo cambiamento degli individui. Ha trionfato la stagione del narcisismo fatto di “Io” autocompiaciuti. Un mostro freddo. La dove, invece, le enormi ingiustizie provocano ancora proteste, queste rischiano di restare all’interno del sistema neoliberista. Se sono fortunate riceveranno diritti formali, ma saranno manipolati da parte del capitale globale, interessato all’abolizione delle garanzie sociali. Detto per inciso non basta la protesta per far nascere un soggetto politico, e questo vale a tutte le latitudini. Quanto al ruolo giocato dagli Stati Uniti, più che ispirare sono ben felici di cavalcare le proteste quando queste sono contro governi avversari.

In America Latina, siamo passati dal golpismo del secolo passato, attuato da militari di destra sostenuti da Washington, al neogolpismo di questo secolo, cercando di evitare la forma militare più cruda e facendo intervenire istituzioni giuridiche e parlamentari. Meccanismi che hanno funzionato a perfezione in Brasile contro Lula, Dilma Roussef e il Pt, in Bolivia contro Morales e il Mas, in Ecuador contro Correa. Tutti diretti contro governanti del ciclo progressista latinoamericano.    Che fare allora di fronte a un mondo che non ha per niente smesso di girare storto? Difficile trovare una risposta. Forse partendo dalle parole scritte tanti anni fa da Roberto Roversi, poeta e libraio di Bologna, e usandole come bussola: “Per me, in questo momento in cui tutto sembra uguale nel negativo e non c’è uomo o cosa che diano o propongano un fremito di verità e di speranza, credo si debba ricucire dal basso (o dall’inizio) il proposito stravolgente, ‘totalizzante’, di rifare il mondo. Rifarlo diverso, non nuovo. Importa poco che sia nuovo, importa che sia diverso, cambiato, stravolto rispetto ai vecchi schemi. Un mondo diverso è un mondo sradicato dalle norme di consuetudine arrugginita consegnataci dai secoli, dagli anni, dai giorni, dalle ore, dai minuti passati. Ma credo anche che, per volere sul serio il mondo diverso, occorra soprattutto una pazienza lucida e una costanza che prenda aria e forza dalla speranza che non si quieta”. Difficile? Difficilissimo.