TEMPI PRESENTI (LUGLIO 2020)

Covid 19 circola ancora, in Italia e ancor più nel resto del mondo. Non può essere un caso se nella triste classifica dei paesi più colpiti dal coronavirus troviamo ai primi due posti gli Stati Uniti e il Brasile, governati da due negazionisti al limite dell’irresponsabilità criminale quali Trump e Bolsonaro, quest’ultimo contagiato agli inizi di luglio. Così nei Paesi caratterizzati da un modello sociale neo-liberale fondato sull’esclusione, il coronavirus e le sue conseguenze non sono uguali per tutti. È una questione di soldi e di reddito in primo luogo. Servono soldi per evitare di vivere per strada di stenti, per farsi curare da un buon medico, per pagare la retta ospedaliera, ecc. In Nicaragua, poco più di 6 milioni di abitanti, le cifre ufficiali riferiscono di 3.439 casi di contagio e 108 morti (dati di luglio), anche se diversi settori, tra cui la chiesa cattolica e la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh), denunciano poca trasparenza nelle informazioni. Come era prevedibile anche sul covid-19 si è scatenato il solito scontro tra governo e opposizione, a colpi di propaganda. La forte polarizzazione, che caratterizza il Paese, rende sempre più difficile l’analisi e la lettura della complessità del contesto, soprattutto se visti da lontano. Certo non sembra molto credibile l’immagine trasmessa dalle opposizioni su un presunto collasso delle strutture sanitarie, la morte di centinaia di persone, con immagini false di gente che muore per strada o fosse comuni, ecc. Il governo però non dovrebbe fornire occasioni facilmente strumentalizzabili dalla troglodita destra nicaraguense per raggiungere l propri obiettivi, visti anche i consistenti finanziamenti da parte delle agenzie governative e private statunitensi. Evidentemente nell’affrontare il coronavirus, si sono commessi una serie di errori (soprattutto la debolezza nel diffondere l’importanza del distanziamento e carenze nella comunicazione/informazione), così come hanno lasciato interdetti certe affermazioni che sostenevano che “il Covid-19 è il virus dei ricchi e dei bianchi”, o il paragone decisamente forzato con il modello svedese “quale alternative al lock-down”. Però è innegabile il lavoro svolto dalle autorità sanitarie e gli investimenti realizzati negli ultimi 13 anni per rafforzare la sanità pubblica, nel tentativo di riattivare il servizio sanitario gratuito dei tempi della rivoluzione, dopo le devastanti politiche mortifere del neoliberismo in salsa nicaraguense.

Da noi, in Italia, Il virus ci ha lasciato insieme ai morti, all’angoscia della nostra vulnerabilità, all’inaspettata insicurezza, una situazione (emergenza sanitaria e economica, crisi delle istituzioni), che può aprire le porte alle peggiori pulsioni. Storicamente sul rancore, sulla rabbia e sul risentimento prolifera la domanda di autoritarismo. E la nostra già debole democrazia rischia di subire un ulteriore colpo col referendum fissato per il 20 settembre sul taglio del Parlamento, riducendo da 630 a 400 i deputati e da 315 a 200 i senatori. Il percorso di questa riforma costituzionale, trionfo dell’anti-politica, è stato alimentato dalla grande menzogna, che riducendo il numero dei parlamentari si punisce la casta, mentre, al contrario, si puniscono i cittadini che vedranno diminuita la possibilità di eleggere un “proprio” rappresentante, si darà un potere sempre maggiore a chi non risponde direttamente agli elettori, proseguendo nella separazione tra cittadini e rappresentanti. La crisi della rappresentanza politica non si può curare riducendo il numero dei rappresentanti ma facendo sì che gli elettori possano tornare a scegliere direttamente i propri rappresentanti di modo che il Parlamento ritorni ad essere il motore della democrazia. Ecco perché è importante respingere questo ulteriore sfregio alla nostra democrazia costituzionale. È giusto votare NO!, anche andando contro corrente, però bisogna aggiungere al rifiuto del populismo antipolitico una nuova proposta culturale e istituzionale. Qualcosa capace di meritarsi il nome di politica, senza aggettivi. Un dopo che sia pensato dal basso, a partire dalle diseguaglianze e contraddizioni sociali. Senza centralità dei movimenti sociali e globali (femminista ed ecologista), difficilmente una nuova programmazione potrà essere gestita dall’alto, ad iniziare dall’utilizzo dei 209 miliardi di euro del “Recovery fund” europeo.

Occorrerebbe la fantasia di Rodari e l’ottimismo razionale di Gramsci per affrontare il cambiamento, di fronte a un mondo che non ha per niente smesso di girare storto. Il 23 ottobre cade il centenario della nascita di Gianni Rodari, non soltanto uno scrittore per bambini ma anche maestro, giornalista, pedagogo, intellettuale impegnato per la pace. “Ci sono cose da non fare mai, né di giorno, né di notte, né per mare, né per terra: per esempio la guerra”. Ha scritto favole e filastrocche. Ha occupato l’immaginario di tanti. Ha, soprattutto, posto al centro della crescita culturale del Paese la fantasia. “Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo”. Come non rimanere affascinati dall’utopia rodariana, quell’utopia che “un giorno, verrà riconosciuto tra i sensi umani alla pari con la vista, l’udito, l’odorato, ecc.”. La sua è un’utopia umanistica e comunitaria. Guarda alla liberazione di ogni uomo dalle sue storiche catene, ad una emancipazione delle classi subalterne e ad una organizzazione della vita collettiva secondo modelli democratici e socialisti ad un tempo. Inoltre, tale utopia, (non evasiva, ma costruttiva ed a sua volta scientificamente fondata sulle analisi socio-economiche del marxismo, a cui Rodari resterà sempre e integralmente fedele) allude ad una società liberata dallo sfruttamento e dal bisogno, dall’unilateralità dei suoi membri e dalla repressione delle loro più profonde aspirazioni (al gioco, alla comunicazione, alla libera creazione). Non a caso, ha scritto: “Mi succede a volte nei tram a Roma: salgo e vedo tutta la gente cipigliosa, ingrugnata, che pensa alle sue preoccupazioni, alle malattie, al terrorismo, a tutti i motivi che abbiamo per essere pessimisti e preoccupati. Però quando si parla di queste cose con i bambini, a me sembra che la domanda che li appassiona è: allora cosa dobbiamo fare? Non nasce in loro, da tutte queste ragioni di pessimismo, una disperazione, (…) nasce da loro l’esigenza, la richiesta di qualcosa da fare, che fa appello a quello che Gramsci ha chiamato così bene l’ottimismo della volontà. Abbiamo ragioni per essere pessimisti, ma sono i bambini, mi pare, che ci chiedono di usare il nostro ottimismo della volontà”.

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