TEMPI PRESENTI (marzo 2020)

Scriviamo questo editoriale quando l’Italia praticamente è stata trasformata in un’unica, grande “zona rossa”, (arrestata la vita sociale ed economica per salvare la vita biologica), il coronavirus è oramai una pandemia così come certificato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e l’Europa è l’epicentro. Nell’arco di qualche settimana il mondo consueto in cui vivevamo si è rovesciato, e siamo regrediti, d’un balzo, a un grado zero non solo dell’attività – dei movimenti, del lavoro, della produttività – ma della relazionalità e della civiltà. È quanto accade quando più che le regole umanizzate valgono quelle elementari della sopravvivenza. Certo la paura di essere contagiati dal Coronavirus ha un fondamento concreto: un rischio più alto di morire rispetto alla normale influenza, specialmente se si è anziani e già sofferenti di altre malattie. La paura reale di essere contagiati viene dalla voglia di vivere. “… In questi giorni in cui occorre fronteggiare la diffusione dell’epidemia, ogni persona più acutamente avverta di essere responsabile del bene comune dell’umanità, che ogni azione conta, che ogni azione deve essere buona, che occorre che la massima del proprio agire sia l’inveramento della solidarietà, della responsabilità, dell’empatia e dell’accudimento per tutti gli esseri umani: sii tu l’umanità come dovrebbe essere; agisci nei confronti delle altre persone così come vorresti che le altre persone agissero verso di te. E quindi ancora una volta ci si ponga dalla parte delle vittime, di chi è più fragile e più bisognoso di aiuto; ci si opponga a tutti gli abusi, alla violenza e all’indifferenza; con la forza della verità, con la scelta della nonviolenza, si resista al male e alla morte, si condividano il bene ed i beni, ci si adoperi affinché non ci siano più vittime. Siamo una sola umanità, nessuna persona sia abbandonata al dolore e alla paura, alla malattia e alla solitudine, allo sfruttamento ed alle vessazioni, alla persecuzione e alla morte: ma tutte e tutti ci si riconosca fratelli e sorelle nell’impegno comune per la comune liberazione. Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto. Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignità, alla solidarietà. Contrastare ogni oppressione, ogni schiavitù, ogni iniquo privilegio, ogni rapina ed ogni abuso. Invertare l’umanità dell’umanità. Salvare le vite è il primo dovere” (“Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo).

La cosa che immediatamente ci insegna (o dovrebbe insegnarci) una tragedia a chi ancora ha cuore e testa umani: Che siamo una sola umanità. Che ognuno è responsabile di tutto. Che salvare le vite è il primo dovere. Che occorre soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto. Che occorre condividere il bene ed i beni. Noi ci proviamo a far stampare il bollettino e spedirlo, ma non sappiamo se e come ci riusciremo. “Qui e adesso, nell’Italia aggredita dal contagio del coronavirus, si adottino tutte le decisioni che possono fermare il contagio e salvare le vite in pericolo. E queste decisioni innanzitutto sostengano le persone più fragili, più sfruttate, più oppresse, più bisognose di aiuto.  Si riconoscano immediatamente tutti i diritti sociali, civili e politici agli oltre cinque milioni di persone che oggi in Italia subiscono condizioni di apartheid e di schiavitù.  Si garantisca una casa a tutte le persone che non l’hanno. Si garantiscano cibo, assistenza, cure, riconoscimento di dignità, rispetto dei diritti e protezione sociale a tutte le persone attualmente vittime dell’iniquità di un sistema di potere dominante fondato sullo sfruttamento, sulla rapina, sull’abuso e sul consumismo più sfrenato e più distruttivo. Si aboliscano immediatamente le antilegge hirtleriane imposte dal criminale governo razzista nel 2018-2019, si ripristini finalmente la legalità costituzionale che riconosce i diritti umani di tutti gli esseri umani.  Salvare le vite e’ il primo dovere. (“Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo – 13 marzo 2020). Tante sono le cose scritte sul Covid-19, ed anche restringendo il campo a quelle più interessanti ed intelligenti, non sarebbe sufficiente un libro, ma occorrerebbe una vera enciclopedia, figurarsi le misere pagine di questo bollettino. Per cui sintetizzare è davvero impresa impossibile. Possiamo soltanto fornire alcune tracce di riflessione. In primo luogo, a ben vedere, sono tutti argomenti che richiamano in primo piano le scelte sul destino dell’umanità, che riguardano temi decisivi, quali le forme della democrazia, dell’eguaglianza e della libertà nell’epoca dell’assolutismo del capitalismo finanziario e della iperconnessione dell’informazione.

L’altro tema quello, inevitabilmente dell’Europa, Perché non c’è solo il virus del terrore, ci sono – appena dietro l’angolo – le apocalittiche minacce che derivano dai cambiamenti del clima e dai veleni nell’aria, sulla terra e nell’acqua. Noi abbiamo ancora davanti agli occhi le immagini più crude dell’orrore in cui si trascina la democrazia dispotica d’Europa nelle isole dell’Egeo.  Ha ragione Guido Viale: potrà anche sembrare assurdo ma il segnale politico più ripugnante non viene dai vecchi e dai bambini accatastati nell’inferno di fango e rifugiati in Grecia, a Lesbo; e nemmeno dalle convivenze della polizia e di buona parte della popolazione greca con i fascisti che aggrediscono profughi e volontari. Quel segnale lo manda la massima autorità della Commissione europea, in visita a quei confini, osservati da un elicottero come si fa con le catastrofi “naturali”, quando definisce la Grecia e le sue criminali politiche migratorie “scudi d’Europa”. “Distanza almeno un metro. Vietato baciarsi, vietato abbracciarsi, darsi la mano. È pericoloso”. Le direttive dei governi vengono prese in parola. Dalle motovedette  e da veloci imbarcazioni si vedono esseri umani che colpiscono i loro simili più sfortunati con bastoni lunghi sue metri, li crivellano con armi da fuoco, li lasciano affogare alla deriva: “State lontano, non vi vogliamo, siamo già troppi e poi ci infettate con la vostra cultura, con la vostra miseria, con le vostre malattie. Via, andate via, per noi anche voi siete un virus!”.

La realtà è quell’altro virus, quello minuscolo, quello vero, che non obbedisce agli ordini, ai muri, ai porti chiusi, ai bastoni lunghi due metri, alle frontiere, agli eserciti, alle promesse di denaro e potere, alle raffiche delle armi più evolute. Perciò non possiamo che sottoscrivere quanto scritto da Tommaso Di Francesco: “Nell’epoca del Coronavirus, solo la passione di Che Guevara oggi riuscirebbe ad attraversare – così fece lui a nuoto nella colonia dei lebbrosi in Perù, come racconta il film “ I diari della motocicletta” ispirato ai suoi “Diari di Viaggio” – lo spazio che ci separa non solo dai contagiati dal Coronavirus, ma quel che è peggio dai lebbrosari e dalle epidemie della nostra epoca: la xenofobia populista, i confini arbitrari della nazione e della razza, l’odio suprematista razziale e il costante virus guerra. Per il quale non c’è ancora, a quanto pare, Amuchina che tenga e per la quale non è igienico lavarsene le mani”. Poi, è vero, ci sono gli effetti a catena sull’economia sociale e sul corpo sociale dell’intero pianeta, provocati dalla diffusione di un virus che provoca malattie respiratorie. Ma non si dovrebbe eludere una seria riflessione a come è stata ridotta la sanità pubblica per favorire quella privata, la mancanza di posti letto e di personale e le interminabili liste di attesa, in spregio a quei principi di universalità, pubblicità e gratuita che pure stanno scritti nella nostra Costituzione. Per non dire della vergognosa scelta di acquistare gli F-35, (se non sbagliamo per ben 15 miliardi di euro spalmati nel tempo), con i quali probabilmente proveremo a bombardare il virus.  Questo perfido virus ci può dare una lezione di cultura politica e di senso civico, se che siamo profondamente convinti che solo la solidarietà ci salverà. Dipende da noi. Continua la campagna di tesseramento all’Associazione Italia-Nicaragua. Tesseratevi!!! (��