TEMPI PRESENTI (GENNAIO 2020)

Un anno il 2020 subito funestato da venti di guerra, l’assassino ordinato da Trump del generale iraniano Soleimani (un terrorista per gli americani, un eroe che aveva respinto l’Isis per gli iraniani, una violazione del diritto internazionale per l’Onu) ha rischiato di provocare una guerra devastante in Medioriente. La crisi tra Stati Uniti e Iran è responsabilità totale dell’amministrazione Trump. Ha conferma che la visione geopolitica di Trump non è affatto moderata e non implica alcun abbandono delle proprie responsabilità globali, o un disimpegno dalla scena politica internazionale. Né tantomeno il presidente Usa è “isolazionista”, come è stato erroneamente bollato. Al contrario, Trump vuole che l’America asserisca il proprio predominio sul resto del mondo. In nome della comune opposizione al globalismo, l’inquilino della Casa Bianca ha puntellato uno dopo l’altro i pilastri della geopolitica neoconservatrice. La sua amministrazione sta affrontando contemporaneamente una panoplia di avversari, dal Venezuela all’Iran e alla Cina; ha accresciuto il coinvolgimento militare americano in Europa orientale, Medio Oriente e Africa, senza abbandonare nessuno degli impegni assunti in precedenza dagli Usa per garantire la “sicurezza” nel mondo. Inoltre, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo sul clima di Parigi, dall’Unesco, dal Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani e dal trattato sulle forze nucleari a gittata intermedia (Inf). Il presidente americano ha qiundi esibito un incrollabile sostegno nei confronti di Israele, spostando l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme e tagliando gli aiuti all’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi.

Allo stesso tempo, non sfugge a nessuno l’importanza di continuare a presidiare il “giardino di casa” ovvero quell’America Latina che la geopolitica a stelle e strisce colloca nella categoria “estero vicino”. Ogni intrusione lì è lecita. Anzi inevitabile, come vuole la dottrina Monroe: “L’America agli americani”, 1823. Trump non ha fatto altro che ribadire la dottrina Monroe come cardine della sua politica imperiale nei confronti del continente latinoamericano. Politica che comporta apertamente abbattere i governi del Venezuela e di Cuba, rafforzare i governi della destra latinoamericana e le loro politiche neoliberiste. Cuba è determinata a rimanere la prima trincea di un fronte che resiste e si oppone a tale politica neocoloniale e a fornire appoggio alle lotte popolari in corso in vari paesi del Sudamerica per opporsi alle conseguenze più drammatiche del neoliberismo: diseguaglianza, aumento esponenziale della povertà, restrizione delle libertà democratiche. In questo senso, la prossima partita decisiva si gioca il 3 maggio, a sei mesi dal golpe contro Evo Morales, con le elezioni presidenziali in Bolivia. Una domanda sorge spontanea: dopo aver fatto tanto per conquistare il potere, i golpisti sarebbero realmente disposti, in caso di sconfitta, a cederlo di nuovo al Movimento al Socialismo (Mas)? Anche escludendo brogli e irregolarità, per il partito di Morales non sarà facile ritornare al potere, in considerazione che al secondo turno tutta la destra presumibilmente si presenterà unita contro il Mas.  

Per quello che riguarda l’Italia, le elezioni regionali in Emilia-Romagna hanno visto la sonora batosta di Salvini, ma i problemi sono ancora tutti lì, il vento del razzismo soffia forte, perciò facciamo un appello a tesserasi (non solo alla nostra Associazione Italia-Nicaragua) ma all’Anpi. Originariamente una proposta di Carlo Alberto Pinelli del novembre scorso “Iscriviamoci tutti all’Anpi”, diventata  poi un appello: “Aderire in massa all’Anp. Iscriversi per dimostrare che l’Italia è ancora antifascista … Perché il nuovo fascismo del XXI secolo è razzista. Non è più soltanto contro gli ebrei che la destra si scatena, ma è contro gli immigrati, contro i ‘neri’, contro chi ha una pelle di colore diverso… Il nuovo fascismo è sovranista, quasi un eufemismo per definire lo slogan che Salvini urla in tutte le piazze ‘prima gli italiani’, uno slogan che copre progetti autoritari e fascistoidi”. L’appello si conclude con l’invito ad aprire un dibattito su cosa è il fascismo del XXIesimo secolo.  L’Italia, nel primo dopoguerra, con Mussolini, ha inventato il fascismo che poi si è diffuso in tutto il continente Europeo. Negli anni Novanta, con Berlusconi, ha anticipato il populismo imprenditoriale di Trump. Date le aspirazioni di Salvini ad assumere un ruolo di leadership nel sovranismo europeo, l’Italia rischia di ritagliarsi una posizione di avanguardia: di esportare in Europa un populismo di tipo nuovo, che tuttavia conserva inquietanti continuità con il peggior passato.

La storia, è vero, non si ripete, così come è evidente che Auschwitz non si sta ripetendo, ma si sta ripetendo la strada che ci ha portato lì. “Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo (…) il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea”, scriveva Primo Levi. Noi pensavamo che fosse un capitolo di Storia. Invece è una diagnosi dell’oggi.  Chi ha colto in pieno la drammaticità della situazione italiana, (secondo il rapporto del Censis, il 48,2% degli italiani vorrebbe un “uomo forte al potere” che non debba preoccuparsi di parlamento ed elezioni),  certamente è la Senatrice a vita Liliana Segre, testimone della Shoah. Quello che non viene perdonato alla Senatrice è l’essere attiva, non soltanto una persona che ricorda, ma utilizza il ricordo in funzione dell’azione futura, ha allargato la memoria al futuro, ha agito ricordando lo sterminio nazista per orientare in senso antirazzista il mondo. Ha fatto quello che diceva Primo Levi: tutta la memoria non serve se non la usiamo per guardare avanti. Infine, vogliamo ricordare uno degli ultimi sopravvissuti della Shoah, Piero Terracina morto a Roma l’8 dicembre scorso (a pag. 8 del Bollettino trovate lo stralcio di una sua intervista).

Piero Terracina durante la manifestazione delle ” Stolpersteine ” , pietre d’inciampo, dell’artista tedesco Gunter Demnig in Piazza Rosolino Pilo, 28 gennaio 2010. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Andare nelle scuole a parlare della sua esperienza ad Auschwitz era per lui moto doloroso: “Ogni volta che inizio a raccontare è come se rientrassi là dentro, con il freddo, la fame, l’odore di morte e il perenne lamento di qualcuno. Ma devo dire tutto nelle scuole, a costo di scuoiarmi vivo, perché solo se i ragazzi si emozionano, ricordano”. Ecco perché la morte di Piero Terracina, anche per chi non lo ha conosciuto personalmente, è un dolore profondo. A tutti noi spetta il compito di fare tesoro del buon seme della sua riflessione, che ha dato buoni frutti e di custodirlo. Allora, nonostante le difficoltà che abbiamo davanti, la complessità del mondo contemporaneo, pensiamo sia indispensabile non rassegnarci, non cedere alla paura con le sue false soluzioni immediate, consolatorie e individua obiettivi inevitabilmente fuorvianti, almeno finché non verrà fuori un’alternativa al neoliberismo fondata su proposte egualitarie, antirazziste e democratiche. Perché da sempre nella storia umana, da qualche parte del mondo, anche nei momenti più scuri e bui, nasce (anche se con molta fatica) un mondo nel segno dell’uguaglianza, dell’accoglienza, della solidarietà e della libertà, e sta nascendo nelle rughe della storia, nelle dimore dei piccoli, tra i passi dei senza terra, negli occhi dei bambini e nei sorrisi degli anziani, nella creatività di chi costruisce ponti, prossimità, incontri.