TEMPI PRESENTI (SETTTEMBRE 2019)



In America Latina il pensiero unico capitalistico è nuovamente messo in discussione.
In subcontinente latinoamericano che vede la devastazione prodotta dalle politiche neoliberiste di governi di destra sostenuti dagli Stati Uniti, le lezioni politiche in Argentina e in Uruguay e locali in Colombia con la vittoria delle forze progressiste hanno dato la misura della forza continentale della reazione al modello politico-economico il neoliberismo dei Chicago Boys, modello che nelle ultime settimane di ottobre ha causato rivolte popolari in Ecuador e Cile.
Quanto avviene in Bolivia, un golpe programmato dall’ambasciata Usa e attuato da parte dei paramilitari al servizio delle destre, che a portato alle dimissioni del presidente Evo Morales, conferma che non si vuole nessuna uscita dalla morsa neoliberista e colonialista.
La rinuncia di Morales, per evitare una guerra civile voluta dai bianchi e dai ricchi e da quei poteri internazionali che male hanno digerito che la Bolivia, per la prima volta nella sua storia sia stata in grado di prendere in mano il proprio destino, non è un atto di debolezza.
È espressione di un’etica superiore, di chi è profondamente consapevole che anche la più importante esperienza di governo della storia del paese non valga una guerra civile, i morti, la tortura, i desaparecidos, che peraltro la Bolivia già conosce.
La colpa di Evo Morales è quella di non essere mai andato a Washington con il cappello in mano come qualunque presidente boliviano prima di lui aveva fatto.
La colpa è stata aver fatto finire il regime di apartheid sul quale si è basata la storia della Bolivia per 500 anni.
La Bolivia dei bianchi questo non lo ha mai perdonato. Far fallire questa sorta di socialismo vincente era necessario per riportare in America Latina l’ordine imperiale.
Ma il seme lasciato da Evo Morales non scomparirà e come disse Tupac Katari (leader aymara di una delle più significative rivolte indigene contro le autorità coloniali nell’Alto Perù, l’attuale Bolivia): “Torneremo e saremo milioni”.

Evitare il peggio, consegnare il paese ai fascio-leghisti, era l’imperativo categorico della crisi di agosto che ha portato alla nascita del governo Conte 2. La democrazia italiana correva il rischio di trasformarsi in un regime fascio-leghista che poteva eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, modificare a sua immagine la Costituzione e portare l’Italia fuori dell’Europa. Per il solo fatto di aver messo il centrodestra dominato dalla Lega salviniana fuori gioco, la nascita dell’alleanza M5S-Pd-Leu (discorso a parte la formazione dei gruppi renziani) era una scelta obbligata. Bisogna avere la percezione dello scenario storico in cui la cronaca si muove, che era e resta, nell’orizzonte nazionale e internazionale, assai simile ad una Weimar del XXI secolo. Detto questo non abbiamo grandi aspettative nei confronti del nuovo governo, perché se c’è il sollievo per l’uscita di scena di Salvini, c’è ben poco da esultare. Un governo che sembra più un armistizio che un programma, tra un Pd certo poco credibile per cosa è stato da tempo e di cui è lungi dall’essersi auto criticato; e un movimento Cinquestelle zeppo di contraddizioni, arroganza, ignoranza e soprattutto con tratti evidentemente razzisti come l’aver avvallato e sostenuto le scellerate misure dei decreti di sicurezza. Un governo che in generale punta a ristabilire il perimetro di un centrismo social – liberale e tecnocratico; non a caso, per quello che riguarda l’impostazione economica, mancano la riforma del Jobs Act, quella del sistema previdenziale (Riforma Fornero), l’abolizione della “Buona Scuola”. Non sono in discussione la deregolamentazione del mercato del lavoro né la tesi che la flessibilità aumenti la produttività, quando invece è il contrario.

Sull’immigrazione dovrebbe riscrive il decreto di sicurezza, secondo le indicazioni del Colle, senza toccare l’impostazione anti Ong. Non si vuole vedere il dispositivo economico dell’immigrazione che in tutti questi anni ha funzionato attraendo e respingendo insieme: aprendo le porte alla forza-lavoro che serviva, chiudendole per neutralizzare e sfruttare meglio i “flussi”. Così sul corpo dei migranti si sono sommate discriminazione di “razza” e di “classe”. Poco si è fatto per l’alleanza tra lavoratori e migranti. Non basta ridimensionare il decreto sicurezza bis. Occorre ripensare il tema della migrazione in tutta la sua complessità, evitando tentazioni sovraniste e alzando lo sguardo allo scenario globale per stringere alleanze oltre le frontiere. Occorre abrogare tutte le infami scellerate misure razziste imposte dal governo precedente. Senza l’immediata abrogazione di queste misure la barbarie razzista, il regime di apartheid e schiavitù, le persecuzioni di innocenti e l’omissione di soccorso proseguiranno, proseguirà la strage degli innocenti nel Mediterraneo. Vogliamo che il mare torni a restituirci conchiglie non corpi di affogati. Vogliamo che sia riconosciuto a tutti gli esseri umani il diritto di giungere nel nostro paese in modo legale e sicuro; perché ogni essere umano (ciascuno porta in sé la forma intera dell’umana condizione) ha diritto alla vita, alla dignità, alla solidarietà.

Nel nostro piccolo (molto piccolo) non staremo a guardare, come non staranno a guardare le donne, le forze sociali, i sindacati dei lavoratori, le Ong, i cittadini, le associazioni, i movimenti ambientalisti, ecc. Con la consapevolezza che la crisi di agosto non era solo quella di governo, ma di sistema: istituzionale, culturale, sociale, civile. La fragilità della democrazia italiana nasce da un lungo sfinimento delle sue radici e non è certo risolta, si è, per il momento, solo opportunamente evitata la sua implosione; il paese reale non è cambiato ipso facto. Il problema è come disinnescare Salvini e la sua congrega dalla società. La stagione dell’odio non si arresta con il semplice cambio della guardia al Viminale (peraltro la Lega e la sua protesi nera di Fratelli d’Italia è li pronta a capitalizzare su ogni errore del nuovo governo, consapevole che la pancia del Paese resta torbida e incattivita). La strategia dell’odio attecchisce sempre quando si cerca un capro espiatorio ai propri guai. Arriva dove c’è paura, ignoranza, stupidità e dove non ci sono più valori umani. Per questo la disintossicazione di una società incattivita è un processo lungo e complicato. Le tossine sono dure a smaltire. “Prima gli italiani!”, vero mantra razzista, si è tragicamente fatto senso comune. Lo slogan disegna una gerarchia, promette un primato e al tempo stesso circoscrive un ambiente di concorrenza assoluta. Di selezioni della razza, di confini che si chiudono e promettono di aprirsi solo a condizioni feroci quanto vaghe e indefinite. Vale la pena ricordare che è stato l’allora ministro dell’interno Marco Minniti che ha asfaltato la strada che è stata poi comodamente percorsa dalla ruspa di Matteo Salvini.

Tutto questo però non è sufficiente se non teniamo presente che le migrazioni, a livello mondiale (dall’Africa all’America centrale), sono fortemente collegate alle forme che ha assunto il capitalismo come unico governo della nostra realtà. E se è vero che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, è impossibile immaginare come possano essere arrestati i movimenti migratori verso i paesi da cui il capitalismo si è generato ed espanso fin dai suoi primordi. Infine c’è un ulteriore elemento che è un vero denominatore comune, che ci rende tutti uguali. Se il Capitale è uno zombie infetto, gli zombie infettati siamo noi. Noi vuol dire noi e loro insieme. Su questo non c’è differenza, non c’è lingua, religione e cultura che tenga, siamo un noi globale. L’unica differenza è che c’è qualcuno che ci nasce infettato e qualcun altro che viaggia per infettarsi. Disposto a rendersi schiavo di accedere al consumo più performante qualitativamente: quello Occidentale. Inoltre, si dovrebbe cominciare a vedere quanti e quali sono gli istinti più bassi che ci fanno assomigliare ricorrendo stili di vita completamente aderenti al capitalismo come unica alternativa. E soprattutto è nella somiglianza di istinti egoistici e predatori, nell’acriticità e nell’indolenza, nella comune accettazione della fine della storia e del futuro che si può smettere di utilizzare i pronomi noi e loro e diventare finalmente tutti un noi indistinguibile.

Perciò, mai come ora, servirebbe una mobilitazione sociale ampia, determinata, diffusa e reticolare, per costruire dal basso una nuova visione del mondo e praticare un nuovo modello ecologico, sociale e relazionale. Viviamo in un paese dove milioni di persone hanno ancora la forza di opporsi, di battersi per le proprie idee, e disposte a fare argine al dilagare di comportamenti che non avevamo ancora mai visto prima in modo tanto sfacciato e violento. Imparando a pensare non solo a noi stessi ma anche alla biosfera; non solo a noi oggi ma anche ai nostri figli e nipoti, domani. “Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione di oggi siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana, domani”. Forse è possibile (o doveroso) immaginare un’utopia della solidarietà e della responsabilità. Davanti al riscaldamento globale, all’alienazione mascherata dal mondo delle merci e davanti alle élite/oligarchie ben salde al potere, serve ritrovare un meccanismo di ricomposizione sociale di creazione di lavoro nuovo e diverso, di riappropriazione della sovranità del demos, di governo e di progettualità sociale e politica, di immaginazione responsabile e poi anche (magari e finalmente!) di uscita dal capitalismo. Serve un soggetto politico capace di immaginare idee, di produrre speranza e di avere responsabilità. Difficile, certo: ma non (ancora) impossibile.