TEMPI PRESENTI (marzo 2019)

Mentre scriviamo questa pagina il golpe di stato (nel suo obiettivo principale l’intervento militare) tentato in Venezuela dagli Stati Uniti, appoggiati dai governi subalterni dell’America latina e dalla maggioranza degli Stati europei e dal Parlamento europeo, sembra fallito.
Ma ha contribuito a intorbidire ancora di più il clima nel continente, i cui governanti fanno il gioco di Trump: cercare in Venezuela un capro espiatorio per i gravi problemi interni che nessuno di loro è in condizione di risolvere.
Non solo la partita non è chiusa; in Venezuela si combatte una battaglia decisiva in difesa dell’autodeterminazione dei popoli contro l’impero. E, quale sia l’esito, l’intero quadro geopolitico mondiale (non solo Cuba e Nicaragua, ma il futuro dei popoli del mondo) potrebbe risentirne a lungo.
Lo scontro di classe in America latina è asprissimo, la sfacciataggine con cui le sue élites operano dipende dalla secolare convinzione che esse nutrono di essere padrone del continente, per discendenza imperiale (Luciana Castellina).

1Intanto a Cuba è stata approvata, con il referendum di febbraio, la nuova Costituzione, già votata dall’Assemblea nazionale, che conferma il carattere socialista dello stato pur introducendo più margini alla proprietà privata e un limite di due mandati presidenziali. In Nicaragua finalmente un primo passo positivo verso il superamento della crisi con la ripresa del dialogo nazionale tra il governo del Nicaragua e l’Alleanza civica per la giustizia e la democrazia (Acjd), che riunisce diverse anime dell’opposizione nicaraguense. Come Associazione Italia-Nicaragua abbiamo sempre sostenuto che l’unica via di uscita dignitosa dalla crisi politica e sociale nicaraguense è nel dialogo nazionale, per quanto lungo, difficile, tortuoso, è l’unico cammino. Ma questo lo sapevamo già.Tornando al Venezuela, è opportuno ricordare che l’offensiva USA contro la Repubblica bolivariana è iniziata non appena Chàvez ha assunto il potere; da allora l’assedio, il golpe del 2002 contro il presidente democraticamente eletto Hugo Chavez, Obama che nel 2015 definisce il Venezuela come una minaccia alla sicurezza degli Stati uniti, è proseguita incessantemente, fino al grottesco “spettacolo”, recitato da “pessimi attori”, che ha preso il via quando un deputato semisconosciuto si è proclamato presidente ad interim, contando sul sostegno di Trump e del “cartello di Lima” (governi latinoamericani di destra). Uno spettacolo continuato con la “truffa” dei presunti aiuti umanitari, con il black-out elettrico causato da un attacco informatico degli Usa, che il governo di Caracas è riuscito per ora a sventare.2Nella sostanza, il Venezuela è l’epicentro di una lotta – apparentemente impari – tra imperialismo e socialismo. Con l’amministrazione Trump che cerca di riprendersi l’America latina (resuscitando la dottrina Monroe del 1823 “l’America agli americani”) il cui “destino manifesto” è di essere un’appendice degli Stati uniti. Perché questo destino messianico si avveri bisogna sconfiggere (secondo John R. Bolton, consigliere per la sicurezza) la “Troika dei tiranni”: Raùl Castro, attraverso l’attuale presidente cubano Dìaz-Canel, Maduro, e il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega. Così Venezuela, Cuba e Nicaragua sono inclusi in quell’”Impero del male” evocato nel 1983 dall’allora presidente Ronald Reagan il cui obiettivo era sconfiggere l’Unione sovietica e far trionfare le teorie neoliberiste dei Chicago boys di Milton Friedman. Perciò, ”Se l’impero distruggerà la rivoluzione bolivariana, avrà inflitto alla classe lavoratrice una sconfitta che peserà per anni, ma se saremo noi a riportare la vittoria si aprirà allora una stagione di lotta“ (Joào Pedro Stédile, leader del Movimento dei senza terra MST). Certo, non tutto si spiega con l’interventismo degli USA, il non aver saputo impostare, per esempio, un diverso modello di sviluppo economico, meno dipendente dalla ricchezza petrolifera, non riguarda solo il Venezuela, ma tutti i governi di sinistra che hanno tentato in questi anni di operare una svolta in America latina. Perché uscire dalle rigide regole imposte dai potenti al sistema mondo è difficilissimo. 3Ultima considerazione riguarda le similitudini che sono state evocate con l’11 settembre cileno del 1973. Non ha caso, la grande stampa liberal-democratica ha smarcatamente fatto il tifo per un Pinochet (il generale traditore a capo del golpe militare che ha abbattuto Salvador Allende) venezuelano, che avrebbe rapidamente “risolto la crisi”. Che c’entra Allende? Niente, perché niente è uguale a quel periodo. Maduro non è Allende, non c’è paragone e poi – diciamolo – non è proprio carismatico come lui (e nemmeno come era Chavez). Ma c’è qualcosa che è tragicamente eguale: a voler abbattere Maduro sono gli stessi di allora, gli Stati uniti (c’era Nixon oggi c’è Trump). E anche per Allende si parlò di “disastro economico”, di limite “estrattivista” (il rame cileno), e dilagarono proteste “popolari” antisocialiste (cazarolazos e camionisti). Siamo sinceri, una cosa è davvero differente: non c’è più la sinistra a criticare, a sostenere e a percepire e il diritto e lo storto che al mondo si consuma. L’Italia del 1973, appartiene ad un’altra epoca. Era il Paese che più aiutò i dissidenti cileni e che confermò la propria umanità, la propria cultura civile e sociale quando accolse i profughi sul territorio della penisola (si veda il recentissimo documentario “Santiago, Italia” di Nanni Moretti).

4Quella solidarietà italiana del 1973, così spontanea, immediata e generosa non c’è più oramai da tempo. La condizione attuale dell’Italia è segnata dal degrado sociale, culturale e civile nell’immagine grillo-leghista, dominata dalla neo barbarie del razzismo, dei linciaggi fuori e dentro dalla rete, dall’indifferenza civica, dei porti chiusi e della caccia al migrante. Un Paese che si riflette in un governo aberrante, denunciato da Amnesty International per la gestione repressiva dei migranti e la violazione dei diritti umani. Oggi, gli italiani non vogliono chiedersi perché qualcuno fugga dal proprio Paese, e sono nuovamente sedotti dalla possibilità del governo di “un uomo forte” come quello che minaccia l’attuale ministro dell’interno (ma in effetti presidente del consiglio numero uno), che sfrutta e incrementa le paure irrazionali di un Paese incattivito con le scorie dell’estremismo di destra e schiacciando ogni giorno i valori della democrazia e della convivenza civile. Tutto è collegato in questo liberismo costruito sul dominio che schiaccia e omologa. La violenza sui corpi delle donne, la violenza su migranti, la violenza su poveri e su diversi. Nonostante tutto questo, non è il tempo né di arrendersi né di stare a guardare. È sempre più urgente continuare a lavorare su questi ambiti, contrastare le politiche razziste di esclusione e violenza nei confronti di chi emigra, la povertà, la privazione dei diritti, ricostruire legami sociali solidali, nei quartieri e ovunque, contro i tagli al welfare, le scelte che arrichiscono i pochi e impoveriscono i tanti. Noi restiamo convinti che soltanto chi saprà costruire e realizzare progetti basati sulla solidarietà internazionale e sulla soluzione politica dei conflitti, avrà un futuro. Quelli che scelgono di rinchiudersi dentro le frontiere nazionali e quindi dentro le mura di casa, potranno soltanto amare le polizie ed armarsi per la propria difesa personale, ma non saranno certo più sicuri. La vera sicurezza la troveranno soltanto coloro che si organizzeranno per affrontare la crisi senza scaricarla sui più deboli, ma attaccando i veri responsabili del disordine e delle diseguaglianze, a livello nazionale e internazionale, riattivando processi di partecipazione democratica, e realizzando scelte di vita e di lavoro che creino opportunità di incontro e di solidarietà. Per farlo abbiamo bisogno del vostro sostegno e ancora una volta l’invito è a TESSERARSI!5 Tess.19