LA VITTORIA EPOCALE DEI POTENTI

In questi primi giorni di settembre la fabbrica dell’odio, tra violenze, razzismo e patriarcato, sembra non trovare argine. Certo, le responsabilità del panorama mediatico sono enormi, contribuendo a sdoganare i peggiori istinti. Gli “imprenditori della paura”, quelli che usano l’immigrazione per agitare paure e farne da pericoloso propellente politico, hanno vita facile se ogni 10 notizie propagate dai media, 9 sono contro i flussi migratori. Inevitabilmente, la destra fascista e razzista ha alzato la testa, legittimata dal capolavoro politico del ministro dell’Interno Marco Minniti. In sequenza abbiamo assistito ai decreti sulla sicurezza e sull’immigrazione con evidenti riduzioni di garanzie, all’attacco concentrico alle Ong costrette a stare ai patti del Governo, agli accordi con le milizie per trattenere i migranti in una terra di torture e morte, agli sgomberi inumani di famiglie lasciate per strada. “Sulla questione profughi e migranti, si decide il futuro dell’Italia, dell’Europa e del poco che ancora resta della democrazia, le tre forze che si contenderanno il controllo politico del paese (la destra, i 5stelle e il Pd) hanno raggiunto una perfetta unità <<aiutiamoli (a crepare) a casa loro>>; respingiamoli a ogni costo. Non c’è scelta. Poco importa se le destre lo proclamano con slogan razzisti e anche fascisti, che i 5stelle ripetono da pappagalli mentre il Pd fa, ma sempre meno, ipocrita professione di spirito umanitario. In vista delle elezioni, e senza guardare oltre, Minniti vuole dimostrare che quello che destre e 5stelle propongono lui sa realizzarlo. E in parte ci riesce, incurante della catastrofe che sta contribuendo a mettere in moto(Guido Viale).Foto 1Così, i social dimostrano come si sia scoperchiato il vaso di Pandora e, senza autocensure, si insultano liberamente coloro che esprimono posizioni autenticamente democratiche. Valgano per tutti i quotidiani insulti alla presidente della Camera Laura Boldrini. Quando la critica nei confronti della terza carica dello stato, diventa ossessione, disprezzo reiterato verso una donna, che accomuna i soliti sospetti e gli insospettabili, emerge una misoginia collettiva che le buone intenzioni non riescono a cancellare. È tempo di guardare sino in fondo l’orrore in cui stiamo precipitando, quello di un Paese quotidianamente sfigurato dallo scandalo dell’ingiustizia, da un impoverimento sociale e culturale preoccupante, da una regressione di matrice francamente xenofoba e razzista, quell’orrore di cui è parte non secondaria la facoltà di assuefare e omologare. “Non sappiamo più dire amore/ aprire le braccia, rinunciare ai muri/ non riusciamo ad offrire senza soffrire/ non crediamo nemmeno nelle parole/ che usiamo soltanto per ferire/ per offendere o sentirci offesi/ non guardiamo negli occhi/ non ascoltiamo le storie/ non sentiamo più niente/ nemmeno il silenzio, niente/ oltre il nostro singolo dolore/ siamo miliardi di solitudini che/ si attraversano senza toccarsi/ schiavi dei pensieri più violenti/ obbedienti come pecore al macello/ siamo il bordello che si vende/ alla scuola disumana del suicidio/ da cui nessuno resta immune/ attori di un mondo trasformato/ in un’immensa fossa comune/ siamo il fiume giunto alla foce/ del buio mare della specie(Il buio della specie).Foto 2Così l’ingiustizia oggi è considerata un normale modo di vivere. La disuguaglianza sociale? È il motore indispensabile dello sviluppo. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Combatte la disoccupazione. Vendere armi? Abbiamo il dovere di contribuire alla ricchezza della nazione. Discriminare in base al colore della pelle o al sesso? Non è questione di discriminazione ma di capacità. Abbiamo messo a ferro e fuoco interi continenti saccheggiandoli, impoverendoli, e i guai odierni vengono da lì? Sempre con questo piagnisteo, guardiamo al futuro. C’è insomma una cecità diffusa che permette di aumentare ogni giorno la dose dei soprusi spacciandoli per interventi oculati. C’è soprattutto un consentire massiccio con la disumanità sentendosi nel giusto (copyright Domenico Starnone). Foto 3È tempo però di reagire, riconquistando quella solidarietà cancellata dal prevalere dell’ideologia neoliberale e dalla precarietà. Competizione è diventato l’imperativo di ogni relazione sociale. Esiste un mondo di persone, associazioni (come la nostra), ong che non si riconoscono in quello che sta accadendo in Italia. È vero appartengono a una minoranza. Quella che non riesce a gioire perché oggi i disperati della terra sono rinchiusi in un lager in Libia o in Niger. Quella che vorrebbe parlare uno a uno a quelli che odiano i migranti, perché non crede che l’uomo è lupo per l’altro uomo: “homo homini lupus”. Quella che non capisce quando si dice che lo ius soli al momento “è inopportuno”, perché non considera “inopportuno” un diritto umano, mai, in alcun momento. Quella che considera una vittoria epocale dei potenti aver messo uno contro l’altro i disperati. Chi è povero non se la prende più con chi è ricco. I dominanti non devono più difendersi dai dominati. Chi soffre se la prende con altri sofferenti. Quella che si vergogna e si sente in colpa per gli orrori del colonialismo e crede che abbiamo delle responsabilità storiche enormi, orribili, su cui non possiamo fare spallucce. Appartengono a una minoranza che non odia nessuno ma trova inguardabili, inaccettabili, invotabili i politici di tutti e tre i maggiori schieramenti, che inseguono il consenso attaccando chi salva vite e non chi le ha ridotte alla disperazione. Foto 4Appartengono a una minoranza che non considera chi nel governo italiano ha chiuso le frontiere un eroe, ma un criminale della storia. Appartengono a una minoranza come quella antifascista negli anni Trenta, quando tutti amavano il Duce. Appartengono a una minoranza non rassegnata, che vede nell’altro un essere umano, uguale e diverso, e che vuole ancora sperare. Bisogna alzare la testa. Bisogna ritrovare l’orizzonte di una possibile solidarietà tra gli oppressi e gli sfruttati, tra popoli occidentali e masse dei paesi colonizzati. Bisogna tornare a scendere in piazza; ci vorrebbero subito dieci, cento, mille manifestazioni contro l’odio razzista e fascista. Mostrare che esiste un’Italia della solidarietà, che non usa slogan e che non è così populista. Noi, come Associazione italia-Nicaragua (certamente piccola e marginale) proviamo a farlo, per quanto oggi siamo ancora minoranza, forse infima minoranza, ma abbiamo la consapevolezza di far parte di una grande storia. Crediamo nei movimenti sociali che attraversano il sud del mondo; crediamo che si debba ripartire dalle relazioni, dalle donne e dagli uomini che in prima persona si spendono per migliorare le condizioni di vita delle proprie comunità. Non crediamo alla cooperazione dell’assistenza, negli aiuti economici fini a se stessi, nel paternalismo delle multinazionali della solidarietà. Non più vittime oppressi, da compatire e assistere dall’alto, ma attori di cambiamento che pretendono ascolto e rispetto. Oggi, come ieri, crediamo nella dignità degli oppressi e nella vigliaccheria degli oppressori.